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Giorgio Napolitano, revisionista e negazionista

Post n°1807 pubblicato il 31 Gennaio 2013 da vocedimegaride
 

dall'amico fraterno Claudio Antonelli (Canada)

Facendo leva sulla "moral suasion" di cui fa un uso frequente, il presidente della Repubblica italiana ha ammonito: "E' necessario tenere alta la guardia, vigilare e reagire contro persistenti e nuove insidie di negazionismo e revisionismo magari canalizzate attraverso la rete!'' Negazionismo e revisionismo in relazione al fascismo, naturalmente. A sessant'anni dalla sua fine... 
Si direbbe che Giorgio Napolitano non perda un'occasione per demonizzare e beatificare, l'una e l'altra sponda, ricordando con gioia date storiche tristi e infauste, sempre in nome dei propri trascorsi ideologici anche adesso che dovrebbe invece cercare di parlare in nome di tutti gli italiani.
Ci rallegriamo che il presidente,  contro i colpi di ariete e i dardi avvelenati della propaganda "filofascista" dei tipi alla Berlusconi, non abbia proposto la creazione di un gigantesco monumento all'antifascismo, come baluardo protettivo del nostro popolo.
Un gigantesco baluardo che si snoderebbe per chilometri e chilometri... Un muro di Cina, insomma? No, io direi piuttosto: un muro di Berlino. Perché non dimentichiamo che il muro di Berlino, conosciuto oggi soprattutto come “Muro della vergogna”, fu costruito come un muro di difesa contro il Fascismo. 
Pochissimi sembrano ricordarlo, ma la designazione ufficiale del Muro, fatta dal governo della Germania dell’Est, e recepita con sollecitudine e solidarietà proletaria anche dai comunisti italiani dell'epoca, Napolitano incluso, fu proprio: “Muro di protezione contro il Fascismo.” Dal che dovrebbe apparire evidente, anzi evidentissimo, che l'antifascismo non giustifica proprio tutto, come sembra credere invece Giorgio Napolitano,  la cui gabbana di presidente "super partes" assai mal nasconde  i tenaci colori dell'uomo di parte.
E ad apparire vero revisionista è  proprio Napolitano, uomo dotato di un tranquillo, pacifico spirito dei tempi:  dalla sponda del fascismo universitario  passo' alla sponda opposta, quella del comunismo, in veste di burocrate di partito, comodamente installato nella capitalista Italia ben protetta dall'America. Quindi, con la caduta del Muro, istantaneamente, senza rimpianti e senza mai fare un vero "mea culpa",  Napolitano - abile revisionista -  si  trasformo' in presidente "super partes". Peccato, pero', che in lui continuamente riemerga l'uomo di parte, professionista a tempo pieno d'antifascismo (a fascismo morto e sepolto). 
Invece di rivangare divisioni e  odi civili del passato, i quali hanno finora impedito all'Italia di divenire un paese normale,  Napolitano dovrebbe incitare gli italiani a seppellire una volta per sempre gli odi e divisioni affondanti nella palude velenosa di un'epoca  triste e tragica. E cio' in nome del comune amore per la Patria ch'egli pur dice di rappresentare. 
Strano che un presidente della repubblica non abbia questo senso elementare di unità e dignità nazionale,  non perdendo un'occasione, invece, per rievocare gli odi del passato; e attraverso un comodo e ingiusto manicheismo infamare la memoria di tante vittime innocenti   e  di  tanti idealisti che  condivisero fino in fondo la sorte tragica della Patria sconfitta. Vedi i nostri infoibati, morti per la loro italianità. Ma sono tutte le vittime, dell'una e dell'altra sponda, che tacitamente invocano, in nome della Patria, il superamento di settarismi e odi. 

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Claudio Antonelli il 03/02/13 alle 13:46 via WEB
C= CHIAREZZA -"Far chiarezza" In un forum linguistico del "C. della S." online un partecipante, deprecando la scarsità di termini usati dai mass media, ha espresso il timore che la lingua italiana "si riduca ben presto a 200 vocaboli". È proprio vero, in Italia, terra delle mode, a certe parole e frasi a un certo momento arride una gran fortuna: sono sulla bocca di tutti. A spese di una varietà di altre meno fortunate che, anche se più chiare ed espressive, tendono ad essere usate sempre di meno, perché messe in naftalina dal termine o dall'espressione in auge. E ciò ha l'effetto di ridurre la varietà del vocabolario di chi parla o scrive... "Tenere alta la guardia" è una di queste frasi prepotentemente alla moda. Un’altra è l'invito a "far chiarezza", espressione che esala superiorità morale, pragmatismo ed efficienza. E che ha eliminato il verbo "chiarire", il quale esigeva un fastidioso complemento oggetto: chiarire le responsabilità dell'accaduto, chiarire le circostanze, chiarire un fatto... Chi "porta avanti il discorso" si guarderà bene dall’appesantire il proprio vibrante appello a "far chiarezza" attraverso termini aggiuntivi, come "far chiarezza sull’accaduto", "sugli avvenimenti", "sulle circostanze", "sui retroscena", "sui risvolti". Chi invita a "far chiarezza" non precisa quel che l’altro, cui l’invito è rivolto, dovrebbe fare di concreto, perché il punto di forza della frase sta proprio nella sua concisione o se vogliamo nella sua mancanza di chiarezza. Ad aggiungere qualcosa si rischierebbe di perdere l’effetto ricercato, dato che "far chiarezza" è una frase assoluta dal potere taumaturgico alla "abracadabra" e con una risonanza poetica alla "m’illumino d’immenso". Un giornalista che si rispetti non scriverà "XY ha voluto chiarire la sua posizione", frase d’anteguerra che sa di naftalina, di "bagnasciuga" e di "battaglia del grano", bensì: "XY ha voluto far chiarezza". E così preferirà all’antidiluviano: "L’omicidio non è stato ancora chiarito", un contemporaneo: "Sull’omicidio non è stata fatta ancora chiarezza." Ripeto: l’invito alla "chiarezza" ha spazzato via l’uso di termini e espressioni che servivano a precisare il pensiero, ma che, ahimè, non erano abbastanza icastici, omologanti, ufficiali. Finite quindi anche le frasi con i chiarimenti, le chiarificazioni, le verifiche, le delucidazioni, gli accertamenti, le prove (a dire il vero resistono ancora gagliardamente – ma sono i soli – i famigerati "riscontri", termine a mio avviso ambiguo su cui occorrerebbe, questa volta sì, "far chiarezza"). Nella lingua italiana corrente non si delucida piu', non si fa luce, non si chiariscono dubbi, retroscena e circostanze, non si accertano verità o responsabilità, non si stabiliscono fatti, non si determinano negligenze, non si fugano ombre. Non si mette più nulla né in luce né in chiaro. Si fa invece "chiarezza"! Lo stesso presidente Napolitano, che non ha mai fatto chiarezza sull’incredibile, lunghissimo abbaglio, patito nel corso della sua carriera di professionista della politica, nei confronti dei paesi del comunismo affamatore e liberticida, visti da lui – fino alla caduta del Muro – come paesi modello per l’Italia... Ebbene il nostro simpatico, umano, patriottico presidente oggi è infaticabile nel lanciare, con accento partenopeo, il suo quotidiano invito a "far chiarezza". Fare chiarezza su cosa? Di volta in volta un po' su tutto, poiché per gli appassionati della dietrologia e per i patiti del "cui prodest?" – legioni in Italia – niente è come appare, e ombre e sospetti incombono su tutto. Nella patria del pressapochismo, della confusione e della dietrologia l’invito a fare chiarezza è un coro possente, degno del Nabucco, dalle Alpi alla Sicilia. Ma nessuno dà il buon esempio cominciando a farla, lui, la chiarezza; la mancanza di chiarezza – ognuno di noi lo sa – è il male cronico degli altri. Spero, da parte mia, di essere stato chiaro. C. Antonelli
 
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