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Picchiabbò 011

Post n°469 pubblicato il 16 Settembre 2014 da valerio.sampieri
 

8. Spesso chi corre appresso a l'ideale finisce com'un gatto pe' le scale.

Benanche je fussero subbito corsi appresso, l'aveveno perso de vista, un po' perché era de notte e nun ce se vedeva, e un po' perché ereno, chi più chi meno, tutti intropeati.
Solamente er fido Picchiabbò era riuscito a teneje testa pe' quarche chilometro e stava quasi per acchiappallo pe' la punta de la coda, quanno all'improvviso lo vidde imboccà in un portoncino scuro scuro, d'un vicoletto for de mano. E Picchiabbò appresso, su, pe' tutte le scale. Ecchete che, arivato che fu ar sesto piano, invece d'un gatto ne vidde due: tutt'e due bianchi e neri.
Dice:
- E mò come fò a capì qual è er Sovrano? Nun me ne va bene una, Mannaggia ...
E sfilò una corona de certi padernostri che aprete terra!

Ner sentì 'ste biastime uno de li du' miciotti je passò tra le cianche e scappò come una furia scatenata. Quell'antro, invece, cominciò a strofinaje er musetto su li stinchi, se fece pijà in braccio e incominciò a ronfà. Frunfrun frunfrun ... Pareva quasi che je volesse di' quarche cosa.
Picchiabbò, sicurissimo che fusse er Re Pipino, je grattò la capoccia e je chiese:
- Sacra Maestà! Diteme armeno una parola! Come ve sentite?
Er micio fece:
- Gnao.
-Nun ve potete fa' capì mejo?
- Gnaooo ...
- Ritornamo a la Reggia?
- Gnaooo ...
- Sacra Maestà! - je disse er nano co' le lacrime all'occhi da l'emozzione d'avello ritrovato - C'è la Reggina, la Corte, er Governo e er popolo che v'aspetteno a braccia aperte. Permettete che, interpretanno er sentimento de tutto er paese, ve metta ner sacco e ve porti ar Palazzo reale? Se me farete gnao tre vorte de seguito, vorrà di' che sete contento. Se invece soffiate ...
Er micio rispose:
- Gnao, gnao, - Gnaoooo ...

- Allora - dice - annamo. Er più è fatto. In quanto ar resto Iddio provederà. Er tempo è l'avvocato de l'innocenza.
Io stesso annerò a scioje er nodo ner fazzoletto de la strega e voi ritornerete omo come prima. Me sa mill'anni de rivede quer pappafico ch'era la groria de la nazzione!
Voi sapete ch'io nun ho paura de nesuno e so' capace de rugà puro cor diavolo. Eppoi er coraggio cresce co' l'occasione. Me vedrete a la prova: nun ve dico antro. Li fatti so' maschi e le parole so' femmine.

E doppo d'avello persuaso co' quarche carezza sur groppone lo schiaffò in una foderetta, ch'aveva trovato attaccata a un ferro da stenne li panni, e ... via!

Trilussa
da "Picchiabbò", Edizione d'arte Fauno, Roma, 1927, pagg. 56-60.

Note:

padernostri = bestemmie
cianche = gambe

 
 
 
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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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